UOMINI 4.0: ritorno al futuro

UOMINI 4.0: ritorno al futuro. Il punto di vista di CFMT

Assintel Report 2018 - Approfondimento di pag. 72

Il senso della rivoluzione digitale: estrarre valore dalla complessità
a cura di Enzo Rullani  - Direttore T-Lab CFMT

Nuovi spazi da esplorare: la complessità diventa fonte di valore

La transizione digitale dal vecchio al nuovo viene in genere letta sulla base di un assunto che ne riduce l’impatto e ne fornisce una visione assolutamente parziale. L’idea prevalente è che la tecnologia digitale sia un mezzo che aumenta l’efficienza dei processi produttivi in essere, perché riduce i costi fornendo prestazioni equivalenti in termini di risultato utile per l’user.

Indubbiamente questo è il risultato immediato e più visibile ottenuto con l’uso di molte tecnologie digitali: diventa più facile, sia in termini di costo da sostenere che di tempo impiegato - acquisire informazioni, comunicare, fare acquisti, vendere merci in mercati lontani, usare le macchine (diventate, almeno parzialmente, intelligenti).

La contrazione dei costi genera un surplus (valore utile ricavato meno costi necessari per produrlo), ma al tempo stesso riduce l’impiego dei fattori richiesti a parità di prestazioni: in particolare riduce il fabbisogno di lavoro, e dunque fa prevedere che l’occupazione sostenibile si contragga nel corso della transizione, man mano che le tecnologie digitali prenderanno il sopravvento sui metodi produttivi e scambio precedenti. Inoltre, apre lo spazio all’impiego sempre più esteso di conoscenze codificate (in bit) che si riproducono e si trasferiscono in rete a costo zero, mettendo alle corde tutti i processi produttivi e commerciali basati, finora, sull’apporto dell’uomo: i piccoli negozi sono sostituiti dai grandi portali della distribuzione e logistica on line; gli uffici bancari e amministrativi richiedono sempre meno persone fisiche e usano sempre più programmi e “segreterie” digitali; le linee automatiche di produzione impiegano robot al posto degli operai e qualche volta anche dei tecnici e dei manager che una volta le presidiavano.

Può sembrare un quadro realistico di quello che sta accadendo, ma non lo è. Al quadro sopra ricordato manca infatti una tessera di vitale importanza. Che emerge se ci si chiede: dove va a finire il surplus (in valore) che deriva dalla riduzione dei costi indotta dal digitale? Come viene re-impiegato?

Questo aspetto del problema è essenziale. Senza considerare gli effetti del re-investimento del surplus ottenuto dal progresso tecnico non è possibile inquadrare correttamente quanto sta accadendo nella nostra epoca. E non avremmo nemmeno capito, in passato, il senso delle rivoluzioni tecnologiche che hanno movimentato la modernità sin da suo inizio.

Quando – con la prima industrializzazione - le macchine agricole hanno sostituito una quota rilevante del lavoro prestato in precedenza dai contadini e dagli animali (cavalli, buoi), l’effetto efficientistico è stato travolgente, abbassando in modo drammatico i costi e i prezzi delle derrate agricole, e mettendo sul lastrico migliaia di famiglie contadine, costrette a lasciare le vecchie fattorie. C’è stata una dialettica tra vecchio e nuovo basata sul doppio senso della rivoluzione agraria: da un lato l’innovazione che aumenta l’efficienza, dall’altra la disoccupazione da essa derivante.

Ma, guardando le cose ex post, oggi sappiamo che la rivoluzione tecnologica messa in atto dalla tecnica moderna non è finita lì. Infatti il surplus ricavato dalla contrazione dei costi in agricoltura è stato re-investito nello sviluppo di nuovi bisogni e di una nuova offerta, nel settore manifatturiero. Anche in questo campo, le macchine hanno aumentato l’efficienza e tagliato lavoro rispetto alle precedenti tecniche artigianali, ma la cosa che più conta è che il risparmio di costi si è tradotto in un aumento della domanda di nuove macchine (per l’investimento industriale) e di nuovi beni di consumo (manifatturieri). Alla fine il re-investimento del surplus da costi ha alimentato lo sviluppo di nuove possibilità, di nuovi bisogni e di nuovi desideri che in precedenza non potevano essere presi in considerazione, per mancanza di mezzi. Cosicché la rivoluzione tecnologica innescata dalla prima modernità è andata avanti mettendo in sinergia la caduta dei costi con la creazione di valore utile addizionale, dal lato della domanda e delle condizioni di lavoro.

Lo stesso è accaduto con l’introduzione delle tecniche di lavorazione fordiste, che mettono in linea macchine specializzate, ciascuna, in una operazione elementare e alimentate da una fonte di energia facilmente trasportabile come quella elettrica. Gli effetti immediati sono un tracollo dei costi, e dunque la contrazione del lavoro richiesto a parità di volumi di produzione ottenuti. Ma il fordismo si sarebbe avvitato su se stesso se questa contraddizione iniziale non fosse stata sciolta investendo il surplus così ottenuto nell’aumento della domanda per investimenti e consumi, non solo nel settore industriale, ma soprattutto in quello dei servizi. La produttività realizzata con le tecnologie della produzione di massa si traduce nella crescita di una domanda di servizi terziari – e dunque di un’offerta di servizi - che usano poco le macchine e meno che meno le tecnologie della produzione di massa.

Non è un paradosso: semplicemente corrisponde al fatto che il surplus ottenuto nelle fabbriche – attraverso diversi passaggi – va ad alimentare lo sviluppo di nuovi desideri e di nuove relazioni, sostenendo la crescita di una domanda di servizi complementare ma diversa dalla domanda di beni industriali standard. Infatti, è la crescita del terziario che, assorbendo il surplus generato dalla produttività della fabbrica, consente di chiudere il cerchio, mettendo il sistema fordista su una traiettoria di crescita sostenibile, sia pure con qualche inconveniente[1].

Per scoprire di più leggi il report.

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[1] Baumol W.J. (1985), Productivity policy and the service sector, in Inman R.P. (a cura di), Managing the Service Economy: Prospects and Problems, Cambridge University Press, Londra 1985, cap. 11, pp. 301-337. L’idea di Baumol è che la produttività generata dall’industria venga “consumata”, per così dire, dalla necessità di fornire ai consumatori servizi terziari necessari ma costosi e soprattutto refrattari – all’epoca – alla crescita della produttività. Questi servizi, comunque, sono acquistati dalle imprese e dai consumatori utilizzando il surplus generato dalla produttività industriale e – creando nuova domanda - alimentano in questo modo il ruolo propulsivo dell’innovazione industriale nella crescita.

 

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